Ho letto diverse critiche su questa mostra, alcune anche condivisibili, ma alla fine ho deciso di lasciarle da parte. Perché quello che ho vissuto alle Scuderie del Quirinale è stato soprattutto un incontro emozionante con un artista che da sempre mi affascina. Quei colori così innaturali e sfolgoranti, quelle figure inquiete, quegli sguardi smarriti continuano, a distanza di giorni, a riempirmi gli occhi. E allora mi sono chiesto: conta davvero tanto la perfezione di un percorso espositivo, quando una mostra riesce a farti sentire così vicino a un uomo vissuto cinquecento anni fa? Pontormo, con tutte le sue inquietudini, mi è sembrato incredibilmente contemporaneo. E, non so perché, ma un po' mi ci ritrovo…
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C'è un motivo che mi attrae moltissimo di questo artista, ed è la sua tavolozza di colori. Così ipnotici e innaturali da dare vita a uno spettacolo sfolgorante, di fronte al quale persino i suoi personaggi sembrano rimanere sbigottiti.
In questi giorni ho letto molte cose su questa mostra, comprese alcune critiche. Ma, in questo caso, ho deciso di non curarmene troppo e, all'indomani della visita, al netto di quanto ho sentito e letto, penso di aver assistito a uno spettacolo che, ancora a distanza di giorni, mi riempie gli occhi e mi lascia profondamente soddisfatto.
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Perché spostare così tante opere in un unico luogo, lontano dalle loro sedi di provenienza?
Beh, forse perché finalmente qualcuno si avvicinerà a questo strabiliante personaggio e, grazie al confronto tra le opere lungo il percorso, riuscirà a comprenderlo in maniera più corretta e completa. E alla domanda «Chi è Pontormo?» saprà rispondere che era un genio, ma anche un uomo del suo tempo.
Vogliamo disquisire sul fatto che il ritmo cronologico dell'intero percorso espositivo naufraghi quando l'opera forse più famosa viene collocata alla fine, senza rispettare la successione delle date?
A me viene da dire… chissenefrega!
Anzi, a me è piaciuta proprio per questo.
Perché quell'opera così famosa… ma, alla fine, quanto è famosa davvero? Siamo sicuri che, a parte gli addetti ai lavori e pochi altri, tutti sapessero della sua esistenza?
Io ho accompagnato alcune persone in mostra e posso assicurarvi che la maggior parte di loro non sapeva cosa attendersi!
Io, invece, bramavo all'idea di rivedere quelle opere, che tra l'altro avevo già ammirato nelle sedi dove normalmente si trovano. Eppure, qui mi sono goduto un lento e progressivo incedere, ritmato da una serie di «wow» orchestrati ad arte.
Attendevo la Visitazione di Carmignano e trovarla come epilogo, come summa di quanto visto, come spazio ultimo nel quale guardare quei colori e sentire l'uomo Pontormo che c'era dietro, è stato emozionante.
Ma facciamo un passo indietro e vi racconto che cosa vi attenderà se deciderete, come mi auguro, di visitare questa mostra alle Scuderie del Quirinale, a Roma.
(E se lo farete con noi, meglio!)
L'ingresso è rilassato, arioso, spazioso, con personale gentile e pronto a fornire tutte le indicazioni necessarie. Il bookshop è ampio e fornito; le custodie per gli ombrelli e il guardaroba sono molto utili per godersi la mostra in piena libertà.
Liberati da qualsiasi peso superfluo, si inizia una lenta ascesa lungo la scala elicoidale che conduce ai piedi della scritta PONTORMO, tracciata in eleganti caratteri capitali su una monumentale parete bianca.
Un impatto già di raffinata spettacolarità, che trova immediata conferma quando si muove il primo passo nella sala iniziale.
Con un unico colpo d'occhio, prima ancora di capire cosa ci si trovi di fronte, si è sopraffatti dalla meraviglia degli affreschi provenienti dal Chiostrino dei Voti di Firenze, illuminati da una luce puntuale, ma non violenta, che permette di goderne i dettagli.
È l'inizio di una storia che mette a confronto tre artisti protagonisti della stagione che avrebbe condotto alla Maniera: Andrea del Sarto, Pontormo e Rosso Fiorentino.
Il primo, il maestro; gli altri due, gli allievi che seppero tenergli testa e costruire carriere autonome. Tutti e tre, però, interpretarono istanze diverse, mettendo in scena personalità profondamente differenti.
La bellezza di questa esposizione sta proprio nel complesso delle opere, capaci di dialogare tra loro e di rendere percepibili le influenze di Raffaello, Michelangelo, Leonardo e Andrea del Sarto su Pontormo.
Ma anche di mostrarci come Pontormo abbia, a sua volta, influenzato molti altri linguaggi artistici… sino al cinema.

Quanta modernità si riesce dunque a cogliere in un uomo che stava diventando interprete di una pittura che oggi potremmo definire quasi «espressionista», tra le prime manifestazioni di una sensibilità così radicale.
Una pittura nella quale il naturale sembra lasciare il posto alla rappresentazione dei convulsi, sgomenti e talvolta perturbati moti dell'anima, in un'epoca di crisi e instabilità.
Le forme si fanno vorticose, i colori acidi, gli sguardi persi!
Non so perché, ma io mi ci ritrovo…
Una modernità che forse Vasari non aveva pienamente visto e che è venuto il momento di riscoprire, restituendo a Pontormo il giusto posto nella storia del pensiero artistico occidentale.
Il mio consiglio è di perdersi seguendo il tratto delle decine di disegni, schizzi e bozzetti presenti in mostra. Con pochi, essenziali segni, Pontormo riesce a rendere le figure così potenti, inquiete, turbate e sole.
Sì, un senso di solitudine sembra aver pervaso l'umanità di Pontormo, che ti guarda sgomenta, quasi a chiederti:
«…E adesso?»
E così ti trovi davanti allo sguardo fisso dell'Alabardiere, isolato come un pezzo unico, con una stanza tutta per lui, quasi a esaltare la potenza della figura e, appunto, il suo senso di solitudine.
Sguardi che ritrovi nei cherubini, nel portatore del corpo di Cristo della Deposizione (ma quanto è bello!!!!!) e poi ancora nel turbinio delle folle che si insinuano nelle scene, creando composizioni mai viste.
Composizioni senza un centro compositivo immediatamente riconoscibile, che ti disorientano.
Prima di identificare dove siano e chi siano i personaggi chiave della scena, devi perderti. Lasciare scivolare l'occhio lungo serpentine di gesti e figure, personaggi incolonnati in uno spazio quasi compresso.
Ed è proprio in questo smarrimento che la pittura di Pontormo sembra trovare una delle sue espressioni più potenti.
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Vogliamo poi parlare dei restauri, delle nuove curiosità e delle scoperte frutto delle indagini?
Vogliamo parlare dell'allestimento della Camera del Bettini, che riunisce tre opere che neppure il committente riuscì a vedere insieme durante la propria vita?
Sono occasioni che aggiungono ulteriori motivi di interesse a un percorso già ricchissimo e che permettono di guardare alle opere non soltanto come capolavori isolati, ma come testimonianze di storie, relazioni e vicende umane.
Insomma, non vedo un solo motivo per non visitare questa mostra.
Anzi, uno sì!
I dissuasori, quasi invisibili, che suonano continuamente, rovinando quel volo pindarico nel quale il trasporto emotivo della pittura potrebbe condurti.
Mentre scrivo, sfoglio il catalogo.
E il pensiero è uno solo:
Che bello esserci stato.
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C'è qualcosa nella pittura di Pontormo che mi fa pensare all'Espressionismo, anche se tra lui e gli artisti di quel movimento passano quasi quattro secoli.
Naturalmente Pontormo non era un espressionista, almeno nel significato storico che attribuiamo a questo termine. Eppure, osservando le sue opere, mi sembra di riconoscere una sensibilità sorprendentemente vicina a quella che, molto tempo dopo, avrebbe portato alcuni artisti a deformare la realtà per dare forma alle proprie inquietudini.
I colori non sembrano più obbedire alla natura. I corpi si allungano, si torcono, si cercano senza quasi riuscire a incontrarsi. Gli spazi perdono stabilità, le figure sembrano sospese in un mondo nel quale anche le certezze si sono fatte fragili.
È come se l'armonia del Rinascimento, quella fiducia nella possibilità di ordinare e comprendere il mondo, cominciasse improvvisamente a vacillare.
E allora mi domando: Pontormo dipingeva soltanto secondo un nuovo linguaggio artistico oppure stava anche dando forma alle inquietudini del proprio tempo?
La Firenze del Cinquecento non era certo un mondo tranquillo. Conflitti politici, tensioni religiose e profonde trasformazioni culturali attraversavano una società nella quale anche l'arte cercava nuove risposte.
Sarebbe semplicistico leggere ogni colore innaturale o ogni figura tormentata come il riflesso diretto di quella crisi. Ma è difficile, almeno per me, non avvertire una corrispondenza tra l'instabilità di quel mondo e l'inquietudine che sembra abitare i suoi personaggi.
Ed è forse qui che Pontormo diventa così moderno.
Non perché abbia anticipato consapevolmente l'Espressionismo, ma perché la sua pittura ci permette di riconoscere qualcosa che appartiene anche alla nostra esperienza: lo smarrimento, la solitudine, il bisogno di trovare un equilibrio in un mondo che cambia.
Guardo quei volti, quegli occhi che sembrano interrogarmi, quei corpi così vicini eppure talvolta così soli.
E torno a pensare a quella domanda che mi è sembrato di leggere nei loro sguardi:
«…E adesso?»
Forse è proprio questa la forza di un grande artista: riuscire a porre domande che continuano a essere nostre, anche cinquecento anni dopo.
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Un viaggio per incontrare Pontormo e vivere Roma in uno dei momenti più particolari dell'anno.
Il 5 gennaio, alle ore 10:15, visiteremo la mostra alle Scuderie del Quirinale. Accanto all'esperienza artistica, il percorso ci porterà alla scoperta delle tradizioni dell'Epifania romana, compresa quella del Bambinello dell'Aracoeli.
Due modi diversi di guardare una città, la sua arte e la sua memoria.